lunedì 19 dicembre 2011

PENSIERO DI INTRODUZIONE


Stamani hai percorso a perdifiato la pianura
e non l'hai trovato.

Quando il sole è stato alto
hai frugato tutti i cespugli della foresta...
ma non l'hai trovato

Sei andato correndo sulle colline
col sole morente
ma ancora una volta non l'hai trovato

Solo ora
quando le prime ombre della sera addormentano i colori
ti sei affacciato allo stagno per bere...
e l'hai trovato.

Guardalo, è li di fronte a te
riflesso nell'acqua

Non avevi capito?

Tu, sei il tuo nemico.

(Da Meditazioni e Monogatari di Giovanni Notarnicola e Tommaso Betti Berutto)

Da quando ho iniziato la pratica, prima del Judo e poi dell'Aikido, mi sono sempre interrogato su quale fosse la strada giusta per praticare le arti marziali. Nei lunghi anni che ho praticato e insegnato anche i miei allievi hanno manifestato questa curiosità, come molti altri Budoka che ho conosciuto e frequentato.

Questa è una raccolta di articoli, riflessioni personali, concetti tecnici...che spero possa essere da stimolo per meditare e cercar di migliorare la pratica dell'Aikido non solo come arte marziale, ma anche in relazione alla vita di tutti i giorni.

mercoledì 2 novembre 2011

Ken no kamae e Hanmi

Nel suo libro Takemusu Aikido, Saito Sensei, pone gli accenti sulla giusta posizione da assumere nella postura di base, quella che poi è anche la caratteristica dell'Hanmi nell'Aikido.


"Per l'Aikido la posizione base è quella mostrata  dalla figura 1."
Saito Sensei


La figura 2 infatti mostra una posizione frontale, le anche e le spalle sono frontali, con l'asse perpendicolare al bokken. Questa posizione, adottata nel Kendo, è idonea a portare attacchi veloci in una direzione unilaterale: avanti e indietro, tipiche del combattimento con lo shinai. La posizione defilata della figura 1 (come nella 3) è più adatta al sistema di movimenti difensivi dell'Aikido, basati su spostamenti in tutte le direzioni e in rotazione.
figura 3
Il bokken rimane allineato con la punta all'altezza del cuore e la tsuka (parte estrema dell'impugnatura) allineata con l'hara tanden (l'oceano dell'energia) situato 3 cm sotto l'ombelico.
Da notare che, in conseguenza a questa postura, il ken si inclina leggermente seguendo approssimativamente la linea del Kesa (la fascia del bordo del kimono che va dal collo all'anca). Nella fotografia sottostante vediamo la stessa posizione assunta da O Sensei
Questa vecchia fotografia che vede O Sensei insegnare a danzatrici le basi dell'uso della spada mette in evidenza la postura praticamente identica a quella mostrata da Saito Sensei. 
figura 4
Un'altra immagine con O Sensei che dimostra la postura esatta, notare anche in questo caso la leggera inclinazione della lama.
Esistono comunque differenti interpretazioni dei più importanti personaggi del mondo dell'Aikido sulla postura più o meno eretta. O Sensei, in una vecchia foto, mostra la posizione di Ken no Kamae leggermente diversa dalle precedenti dove il Ken giace sul piano perpendicolare al suolo, questa volta la lama non appare inclinata, e le anche sono rientrati e abbassate per mantenere l'Hanmi.
figura 5

La sensazione è quella che per le precedenti immagini (1, 3, 4) la posizione sia di uno stato d'animo tranquillo e più rilassato, la posizione della figura 5 mostra un atteggiamento più concentrato, come se O Sensei controllasse un immaginario attaccante. Questi atteggiamenti si ritrovano anche nella realtà del combattimento, dove posizioni di rilassamento si alternano ad atteggiamenti attenti a seconda della situazione che si sta creando. Nonostante tutto importante è mantenere la posizione defilata dell'Hanmi.

"Con questa postura, è possibile muoversi agevolmente il movimento avanti e indietro e a destra e sinistra.
La rotazione delle anche determina il movimento di entrambi i piedi.
Il movimento della testa determina il movimento di entrambe le mani.
Tuttavia, muovere i fianchi prima di spostare i piedi. Non muovere i piedi prima delle anche. Questa posizione è buona per ruotare le anche ed evitare la spinta di un avversario."
Saito Sensei



Come gia ho messo in evidenza nel post Ken no Kamae - tre posizioni, tre fondamentiO Sensei avrebbe concepito il BuKi Waza come una pratica delle armi a totale incremento con il Tai Jutsu dell'Aikido, tutte le forme esistenti in altre scuole, seppur valide per scopi tecnici o di combattimento, non sono utili, e a volte non idonei alla pratica dell'Aikido.

Nelle seguenti sequenze Saito Sensei dimostra due esempi con le particolarità di spostamento veloce che nascono dalla posizione dell'Hanmi.



martedì 27 settembre 2011

KOKYU HO e KOKYU NAGE


In alternativa a Morote Dori Kokyu Ho, facente parte del repertorio classico nella didattica di Saito Sensei, si può prendere come esercizio di base anche Katate Dori Kokyu Ho.
Come detto nei precedenti post, la differenza tra Kokyu Ho e Kokyu Nage è che nel Ho (esercizio) devo concentrarmi sull'effetto del Kokkyu mentre il Nage (proiezione) identifica la tecnica di difesa che origina da un Kokyu Ho corretto. Agli occhi di un principiante Katate Dori Kokyu Ho e Katate Dori Kokyu Nage sembrano uguali.

In sostanza si può affermare ogni tecnica di Aikido si identifica con il termine Ho quando si studia, e Nage Waza o Katame Waza quando si applica. Reputo la forma Ki Hon (energia di base) sempre come un HO e non un Nage Waza o Katame Waza, poiché questa forma è concepita come base di studio della tecnica.

Di seguito la sequenza di Katate Dori Kokyu Ho, o Kokyu Nage, identificabile da come si sviluppa l'azione, come già detto.


Personalmente trovo utile questo esercizio, facendolo praticare dopo il Katate Dori Tai no Henko, in quanto si mantiene la stessa presa di attacco variando il movimento di rotazione, Kaiten, che è diverso da quello del Tai no Henko, dove si esegue un Tenkan.
In questo modo riesco a dare le prime nozioni della differenza e, nello stesso tempo, il legame tra Kaiten e Tenkan. Far capire innanzi tutto che sono movimenti complementari ma nello stesso tempo hanno funzioni diverse.

Continuo facendo sperimentare il tipo di allenamento in Go no Geiko (esercitazione alla durezza) alternato a Ju no Geiko (esercitazione in cedevolezza), così facendo gli allievi capiscono la differenza delle due funzioni: il duro ci costringe allo studio di un esatto movimento tecnico, la cedevolezza allo studio dell'assorbimento della forza.

Inoltre, i principianti, praticando la sequenza in forma HO (con energia Ki Hon, in Ju no geiko), possono esercitarsi nelle prime cadute.

Un'altra caratteristica importante, che riscontriamo sia nel Katate Dori Tai no Henko che nel  Morote Dori Kokyu Ho e Katate Dori Kokyu Ho e la concentrazione sull'orientamento, volgendo lo sguardo nelle due direzioni e quindi il controllo dello spazio. Questo controllo dello spazio è utile per impostare da subito il concetto di guardarsi attorno mentre si fanno i movimenti.

Un buon esercizio, con le dovute cautele, è quello di far praticare in piccoli spazi più persone, così da obbligare a guardarsi attorno prima di proiettare. Il fatto di avere a disposizione grandi spazi tranquillizza lo spirito per concentrarsi di più sull'apprendimento. Ma una volta apprese le parti fondamentali gli spazi stretti simulano l'attenzione che bisogna avere durante un attacco di più aggressori.

sabato 17 settembre 2011

Quale Stile? Quale Maestro?

Personalmente, come ha già fatto notare altre volte, sono contrario alla definizione di Stile concepito come una corrente di un'arte che sia separata da altre correnti che, seppur con diverse didattiche e aspetti filosofici, seguono uno stesso principio comune: l'armonizzazione dell'energia.

L'incapacità di vedere e capire le cose nella loro complessità e unità ci richiede di separare per assegnare dei confini e riuscir ad arrivare fino a quel certo punto, non considerando che, proprio le dimensioni che noi determiniamo, diventano il limite della comprensione: questi limiti sono solo una creazione della nostra mente. Pertanto, per noi umani, è naturale seguire una determinata linea di condotta guidata da principi, ma non credo sia giusto considerare il tutto in una sola di queste correnti. Cosa che avviene spesso tra i vari fautori degli stili rigidi, i quali si appropriano del merito di aver compreso il vero spirito dell'Aikido, ne mettono i confini, e denigrano tutte le altre correnti.

Uno stile non è altro che una parte dell'arte stessa, molto spesso identificabile per la didattica usata, e non è l'arte nella sua totalità. Diventando uno Stile rigido, si innesca immediatamente la separazione e quindi la disgregazione della natura dell'Aikido: quella di essere l'arte di unione, dove nessuno può rivendicarne la assoluta verità.

Lo stesso O Sensei, che ha dedicato un'intera vita a quest'arte, dichiarò di non aver avuto abbastanza tempo per imparare l'Aikido, figuriamoci noi. Dalle sue parole si intuisce che il principio dell'Aikido non è qualcosa che lui ha inventato, ma qualcosa che lui ha scoperto, esisteva già, come esiste il mondo quando si nasce e ci si appresta a scoprirlo. O Sensei ha creato la sua didattica chiamandola Aikido e la ha associata a quel principio.

Naturalmente ci sono differenze nelle varie scuole, anche differenze che si riscontrano su scuole provenienti dallo stesso ceppo. Per questi motivi preferisco differenziare l'insegnamento dell'Aikido con il termine didattica. perché essa è legata alla figura dell'anima di ciascun Dojo: il Maestro.

Artista, tecnico o maestro?
Il modo di pensare occidentale è diverso da quello orientale, questo ha influenzato molto la didattica "per esportazione" voluta da Kissumaru Ueshiba, figlio di O Sensei. Questa didattica poi si è sviluppata in innumerevoli forme, con requisiti propri nel il modo di pensare dei diversi popoli. Per questo motivo oggi ci troviamo a praticare l'Aikido con concetti diversi e diverse linee guida, a volte in contrapposizione tra loro. Fra l'altro molti stili sono nati da insegnanti occidentali, portandosi dietro una filosofia ancorata al nostro modo di pensare.

Uno tra i più importanti concetti che si evidenziano in queste differenze è quello di Arte. 

La visione occidentale dell'arte
L'arte, nel passato, era molto legata all'aspetto filosofico, religioso e alle tradizioni. Col tempo è diventata qualcosa di molto personale. 

Per noi occidentali, oggigiorno, l'arte è qualcosa che esprime il nostro modo di essere. Solo se, una volta assimilata la tecnica scolastica ci liberiamo da essa, esprimendoci attraverso una nostra tecnica personale, con qualcosa di unico, entreremo nella cerchia degli artisti; altrimenti saremo comunque classificati come buoni tecnici. 
In altre parole, se non usciamo dalla tecnica scolastica, dopo averla acquisita perfettamente, non diverremmo mai veri artisti.

L'arte, sotto questo punto di vista, prende un aspetto perfettamente in linea con il nostro modo di pensare egocentrico: l'esteriorizzazione del proprio essere. L'arte diviene qualcosa di molto personale, generalmente viene ritenuta interessante quando si esprimono dei concetti completamente diversi dal comune modo di vedere la realtà.

Molti insegnati e praticanti di Aikido si manifestano in questa visione come artisti marziali.

La visione orientale dell'arte
Per gli orientali, e specialmente nella tradizione giapponese, esiste la visione artistica che viene definita col termine DO (Tao in cinese), che letteralmente significa "Via". I nomi della maggior parte delle arti giapponesi, che hanno la caratteristica di ricerca interiore, terminano con il termine citato.

Abbiamo qui un concetto diverso di arte per la quale viene considerata, con questo nome, la pratica indirizzata a comprendere e interiorizzare gli eventi che ci circondano in modo da avvicinarsi a quello che essi definiscono "comprensione". L'arte, in questo caso, serve a comprendere e non a manifestare, non serve a creare. Questa interiorizzazione segue delle pratiche ben precise dove l'artista raggiunge la sua massima espressione quando riesce a interiorizzare l'azione e farla diventare istintiva e intuitiva.

La differenza è nella direzione intrapresa dalle due realtà, e che determina il risultato finale: la visione occidentale porta a una personalizzazione, attraverso l'esteriorizzazione dell'arte, quella orientale a una comprensione mediante l'interiorizzazione dell'arte. In ambedue i casi la tecnica scolastica, una volta ben assimilata, viene abbandonata, ma la pratica occidentale porterà ad una abilità pratico-intellettuale mentre, quella orientale, ad una abilità pratico-comprensiva.

Molti artisti, per il loro carattere molto personale, non sono portati all'insegnamento. E' facile riscontrare artisti di fama che non siano riusciti ad avere allievi, o figli d'arte, di altrettanto valore, i quali rimangono nell'ombra del maestro.
E' molto più facile trovare nuovi artisti formati da buoni tecnici, dove quest'ultimi passano in secondo piano rispetto all'allievo. Questi tecnici, per la loro abilità non influenzata dalla personalità, possono distribuire gli insegnamenti senza interferenze personali, così da creare nuovi artisti e anche nuovi tecnici.

In ogni caso, e in ambedue i casi, non si possono raggiungere vere capacità di trasmissione senza dei particolari requisiti.

Ed è qui che è importante la figura del Maestro.

Il Maestro si pone tra l'artista e il tecnico. Non è importante che il Maestro sia l'artista per eccellenza o il tecnico esemplare, ovviamente deve conoscere bene la materia. Il Maestro è colui che sa dare le basi necessarie e a cogliere ed indirizzare non solo i talenti, ma ognuno di noi, nella giusta direzione. Al Maestro viene riconosciuta quella saggezza, che tecnici e artisti possono anche non avere. Il Maestro riesce e far vivere a tutti gli allievi determinate esperienze atte a comprendere, indipendentemente dalle diverse capacità.

Per questo motivo non necessariamente il Maestro deve essere il super artista o il super tecnico, meglio se lo è, ma non è indispensabile. Non è importante neppure che il Maestro sia il superuomo, che si avvalga di tecniche super potenti, ma importante è che segua uno stile fluido e aperto, che abbia una buona didattica, che sappia impostare le basi perché l'allievo da solo arrivi a diventare maestro di se stesso.

Se invece, pur avvalendosi di una buona didattica, si cerca di creare dipendenza, nasce lo Stile rigido.

mercoledì 7 settembre 2011

Un fiume chiamato Aikido

L'Aikido è come l'acqua, l'acqua scorre nel fiume, e i fiumi sfociano nel mare.

L'Aikido è come un fiume, sgorga da una sorgente che trova la sua origine negli ideali di O Sensei. Come ogni fiume ha i suoi affluenti, da quelli più prossimi alla sorgente (i discepoli diretti di O Sensei), a quelli che si uniscono più a valle (i fautori di nuovi stili e correnti di aikido). Questo grande fiume, nel suo percorso, si alimenta e cresce con questi nuovi affluenti, ma essi portano con s'è anche i loro detriti, contaminando, a volte, la purezza della sorgente originaria. Poi sfocia nel grande mare che siamo tutti noi, e c'è chi, attratto da queste foci, vuole risalirne la corrente per scoprire dove porta.

Per ritrovare la purezza della sorgente originaria dobbiamo quindi risalire la corrente ma, da inesperti, ci affidiamo alle guide, i nostri Maestri. Ormai nessuna di queste guide sa indicarci dove trovare la vera sorgente originaria. Questa sorgente è ormai nascosta tra le rocce, come lo sono anche i primi affluenti che, vicinissimi alla sorgente, vi si sono originariamente emessi. Queste guide ci condurranno verso altre sorgenti che, secondo loro, vale la pena di vedere, risalendo i vari affluenti e lasciando il grande fiume. In molti di questi affluenti si possono ritrovare delle buone e dissetanti sorgenti, con acqua altrettanto limpida, ma non la sorgente originale. La maggior parte di noi si affida a queste guide e si fa trasportare da queste correnti.

Poi ci sono gli avventurieri, ne ho conosciuti molti. Sono dei ricercatori indomabili, risalgono da soli la corrente. Devono avere una buona intuizione per non perdersi, ascoltano anche i consigli delle tante guide che incontrano, e salgono e scendono per molti affluenti nel loro cammino, seguendo il loro istinto. Molti di loro trovano la sorgente ideale, non quella originaria, e diventeranno a loro volta delle guide affidabili, altri si perderanno in qualche affluente e non ne usciranno.

Avventurieri o no, seguendo da soli o accompagnati nel percorso, si può aver la fortuna (con la costanza) di imboccare un giusto affluente, tra quelli più vicini alla fonte originale.

Personalmente mi sono affidato alla guida del M° Fausto De Compadri che mi ha istruito nella didattica di Morihiro Saito.
Morihiro Saito Sensei e il M° Fausto De Compadri

Morihiro Saito Sensei era uno di questi ultimi affluenti, non l'unico, ma sicuramente egli era uno dei discepoli prediletti da O Sensei tanto che, su volere dello stesso, divenne il custode del Dojo di Iwama fino alla sua morte nel 2002. Poi, il Dojo, ritornò alla famiglia Ueshiba.

Non ho avuto la fortuna di conoscere il Maestro Saito. Ho avuto la fortuna di conoscere e frequentare Maestri che lo hanno conosciuto da vicino. Primo fra tutti il M° De Compadri a cui Saito più di una volta ha manifestato il suo affetto, il M° Paolo Nicola Corallini che più di tutti ha contribuito alla diffusione della didattica di Saito Sensei non solo in Italia, il M° Massimo Aviotti che segue la didattica del takemusu aikido nella FIJLKAM, il M° Wolfang Baumgartner, M° Ulf Evenas, il M° Alessandro Tittarelli,  M° William W. Witt.

Ma non è tanto il loro suggerimento, o il loro consiglio, che mi ha convinto a seguire la didattica di Saito Sensei, quanto il fatto di aver trovato in essa una sostanziale attinenza con i principi di O Sensei. Mi riferisco sopratutto ad uno studio effettivamente radicato sulla costruzione dell'aikidoka con i concetti del Sangen, con un effettivo passaggio negli stati del Kotai, Jutai, Ryutai, Ekitai, Kitai, e della forte coerenza tra le applicazioni con le armi e il corpo a corpo.
In molte altre didattiche che ho provato, che si dedicano per lo più a una forma solo di cedevolezza e rilassamento, ho trovavo parzialmente queste informazioni, ed l'uso delle armi è rivolto verso stili di kenjutsu o jodo di scuole che con l'Aikido hanno poco a che fare.

Ho trovato, nella didattica di Saito Sensei, anche un giusto rapporto tra la razionalità della nostra mentalità occidentale, che opera mediante la ricerca nella separazione e l'analisi, e il filone pratico-filosofico dell'unità proprio della cultura orientale, che si manifesta nell'unione e nella sintesi. Questa valida didattica di avvale infatti di un sistema di separazione e analisi con il Ki Hon e del Tankai Tekkini, e il sistema complementare con l'unione e sinteri del Ki no Awase e Ki no Nagare.

Ritengo comunque corretto differenziare la didattica di Saito Sensei con lo stile. La didattica è un sistema utilizzato per comprendere e padroneggiare un'arte qual'è l'Aikido, lo stile è una corrente, una parte di un'arte e non l'arte stessa. Quello che intendo è che, molte volte, gli stili diventano troppo rigidi e categorici nella loro struttura andando proprio contro il principio di apertura mentale dell'Aikido stesso.
Mi attengo alla didattica di Saito non come impavido difensore di questo metodo, ci sono persone più esperte e con credenziali più qualificate, ma perché ne riconosco la validità, praticandolo come studente, avventuriero e ricercatore, che sta risalendo questo grande fiume che si chiama Aikido.

lunedì 29 agosto 2011

Il kototama e la fisica - parte prima

(Parte prima)

Ho già accennato a quanto la filosofia orientale, in generale, sia molto vicina alla moderna fisica. Tanto che il famoso fisico nucleare Fritjof Capra scrive:

"...l'influenza della fisica moderna va al di là della tecnologia; si estende nell'ambito del pensiero e della cultura...l'esplorazione del mondo atomico e subatomico ha rivelato un inaspettato limite delle concezioni classiche [della fisica classica], e ha reso necessaria una revisione radicale...Questi cambiamenti, determinati dalla fisica moderna, sono stati ampiamente discussi dai fisici e filosofi negli ultimi decenni, ma ben di rado ci si è resi conto che essi sembrano condurre tutti nella stessa direzione, verso una visione del mondo che somiglia molto alle concezioni del misticismo orientale. I concetti della fisica moderna presentano spesso sorpredenti corrispondenze con le idee espresse nelle filosofie religiose dell'Estremo Oriente...nel mondo submicroscopico le corrispondenze tra fisica moderna ed il misticismo orientale si fanno addirittura sorprendenti con affermazioni per le quali è quasi impossibile stabilire se siano state formulate da fisici o da mistici orientali".
(da "il Tao della fisica" di F. Capra edizioni Adelphi)

Molti di questi concetti, come vedremo, li riscontreremo nella filosofia e nel pensiero di Morihei Ueshiba; un pensiero legato alla religione dell'Omoto Kyo. Cercherò quindi di mettere in rapporto i punti essenziali della fisica moderna con la filosofia che ha generato l'Aikido.

Naturalmente io non sono un fisico nucleare, ne tanto meno un mistico orientale, e non voglio fare un trattato scientifico ne filosofico. Quello che riporto sono mie interpretazioni su informazioni dedotte da fonti scientifiche e filosofiche. Lo scopo principale che mi propongo è quello di capire la natura dell'Aikido. Mi scuso pertanto se, nel riportare quanto da me espresso, qualcosa possa risultare non formalmente corretto dal punto di vista scientifico o filosofico.

Tra Filosofia e Fisica
Da tempo l'atomo non è la parte più piccola della materia. Scienziati e ricercatori, attraverso la fisica subatomica sono riusciti a scomporre anche questo "simbolo", ritenuto, non molto tempo fa, indivisibile. E più ci si accanisce sulla separazione della materia più ci si rende conto dell'unità universale.

A livello atomico la materia si manifesta sia come particella che come onda. Ha, incerto senso, un aspetto dualistico. 
L'aspetto dipende dalla situazione: in alcuni casi la materia atomica si rivela come corpo, in altri come vibrazione. In altri termini: la particella si manifesta nell'onda per avere una dimensione. 

Data la notevole vibrazione non è possibile determinare la sua esatta posizione, ma viene supposta la sua presenza in un qualche punto dell'onda. Lo spazio in qui si muove la particella, nella fisica quantistica, viene definito appunto come: pacchetto d'onda.
Il pacchetto d'onda rappresenta l'<<incertezza>> della posizione di una particella

La meccanica quantistica afferma che la materia subatomica, manifestandosi sia come particella che come onda, ha un comportamento singolare: se una particella subatomica viene confinata in una piccola regione di spazio (rispetto a regioni già di per sé infinitesimamente piccole) reagisce muovendosi a velocità maggiori rispetto a confinamenti più grandi.
Nel pacchetto d'onda compresso la particella si muoverà più velocemente

Le particelle tendono a reagire con più agitazione negli spazzi più ristretti.
rappresentazione grafica di un tipo di moto di una particella attorno ad un nucleo
tanto più il raggio esterno si avvicina al centro, tanto più la particella si muoverà velocemente
(La velocità di queste particelle è prossima a quella della luce in spazi enormemente piccoli)
questa simbolo è quello che O Sensei usava per rappresentare l'inizio del mondo materiale.
Il centro piccolo (il raggio minimo) è dove regna l'energia, o onda energetica, o vibrazione, nella concentrazione massima originaria.
Il cerchio grande rappresenta l'infinita espansione dove l'energia si espande e disperde.
SU rappresenta il primo suono (la prima vibrazione, la prima onda della particella)

I fisici quantistici, constatarono che la particella non si trova con certezza in luoghi ben precisi all'interno del pacchetto d'onda, mostrando una <<tendenza a trovarsi>>in un determinato luogo. Gli eventi atomici, sperimentali, non avvengono con certezza in determinati istanti e in determinati modi, ma mostrano una <<tendenza ad avvenire>>. Non possiamo mai prevedere con certezza un evento atomico: possiamo solo dire quanto è probabile che esso avvenga.
(da "il Tao della fisica" di F. Capra edizioni Adelphi)

Questa "tendenza a trovarsi" e "tendenza ad avvenire", viene definito, nel pensiero filosofico-religioso di O SENSEI come YU "quancosa c'è" e MU "non c'è" . A loro volta, nella visione dualistica, YU e MU prendono il significato di PIENO e VUOTO. Il loro significato sarebbe però più consono a Pienezza e Vacuità.

Nella fisica quantistica ci dice che la materia non può esistere senza particella o senza l'onda, una genera l'altra. La particella non è materia, non è misurabile tridimensionalmente è "qualcosa c'è" e "non c'è" nello stesso istante nel pacchetto d'onda. Nel moto velocissimo, la vibrazione della particella senza volume genera qualcosa di misurabile. 

Vediamo una sensazione di materia non misurabile metricamente:
Immaginiamo di spingere una calamita contro l'altra, i loro campi magnetici si respingeranno e non ci permetteranno di avvicinarle, eppure tra di loro c'è solo aria, pero quest'aria ha la consistenza dell'acciaio.

O Sensei ci rivela che vuoto e pieno coesistono e non sono separabili. Il cerchio esterno può dilatarsi all'infinito, YU e MU pertanto coesisteranno come opposti e istantaneamente come complementari. Uno non può fare a meno dell'altro. Se eliminiamo uno scomparirà anche l'altro, scomparirà l'infinito e l'esistenza, perché l'energia è solo la coesistenza di YU e MU.
MU e YU, VUOTO e PIENO, si distanziano nella linea retta della diagonale ma sono unite dal cerchio esterno. La spirale rappresenta il dilatarsi in infiniti cerchi concentrici che man mano si allontano dal centro disperdono la forza energetica dell'unione tra vuoto e pieno, proprio come la dilatazione del pacchetto d'onda riduce la vibrazione e velocità della particella, e il movimento è energia. Più MU e YU si allontanano, più diminuirà la forza energetica disperdendosi, ma mai si annullerà del tutto.

Ricercatori e scienziati, attraverso gli esperimenti, provano e riprovano fino a raggiungere, a volte, i risultati previsti.

O Sensei, come mistico religioso, ha sperimentato per lunghi anni le sue convinzioni filosofiche attraverso le arti marziali.
Alla fine ha creato l'Aikido come risultato della sua ricerca.

Noi, attraverso la pratica dell'Aikido, abbiamo la fortuna di ripercorrere gli esperimenti di O Sensei, e con questi vivere questa esperienza. 

L'Aikido, nella sua forma di ricerca, deve essere praticato sempre su forze adeguate al proprio livello, se vogliamo sperimentare realmente gli effetti delle energie. Come fanno i ricercatori che esperimentano le loro ipotesi su basi il più possibile vicino alla realtà, e a seconda del livello scientifico raggiunto.

Anche nell'Aikido, se si vogliono raggiungere reali capacità intuitive, comprensive, bisogna sperimentare le dinamiche di difesa su attacchi sempre più forti e vicini alla realtà. Troppo spesso si è troppo accondiscendenti a far sì che gli esperimenti nel tatami vadano sempre a buon fine, anche a buoni livelli bisognerebbe sempre mettersi in discussione. Naturalmente, è opportuno distinguere tra principianti ed esperti. con i principianti gli esperimenti saranno adeguati alle loro capacità. 

E anche troppo spesso mi è capitato di assistere a spiegazioni tecnico-filosofiche sull'Aikido basate sull'intellettualizzazione piuttosto che sulla sperimentazione, dove la causa viene troppo predisposta e l'effetto scontato. Voglio ricordare, prima di tutto a me stesso, che i mistici orientali non si basano sul ragionamento intellettuale, essi considerano ignoranza tale modo di procedere; il fine della meditazione è il raggiungimento di una coscienza basata sempre sulla sperimentazione pratica del proprio essere attraverso la mente e non la concettualizzazione della realtà. Essere coscienti non significa avere la capacità di pensare intellettualmente, ma fare esperienza pratica con l'attività corpo-mente in rapporto al tutto. 

(fine della prima parte)

Kototama and physics - part one

(Traduzione da cura di Alberto Casetta)

I have already referred to the fact that Eastern philosophy in general is very close to modern physics. So much that the renowned nuclear physicist Fritjof Capra wrote:

"... The influence of modern physics goes beyond technology, it covers part of the thought and culture ... the exploration of the atomic and subatomic world has revealed an unexpected limitation of the classical conceptions [of classical physics], and has needed a major shift ... These changes, as determined by modern physics, have been widely discussed by physicists and philosophers in recent decades, but rarely we have realized that they all seem to lead in the same direction, towards a world view that is very similar to the views of Eastern mysticism. The concepts of modern physics are often surprising matches with the ideas expressed in the religious philosophies of the Far East ... in the microscopic world, the correspondences between modern physics and Eastern mysticism are surprising and it is almost impossible to determine whether their statements were formulated by physicists or Eastern mystics. "
(From "The Tao of Physics" by F. Capra)

Many of these concepts, as we shall see, can be found in the philosophy and the thoughts of Morihei Ueshiba. I shall therefore try to relate the main points of modern physics with the philosophy that created Aikido.

Of course I am not a nuclear physicist, let alone an Eastern mystic, and do not expect a thorough scientific or philosophical coverage of the topic. The following views are my interpretations of information obtained from various scientific and philosophical sources. The main purpose that I propose is to understand the nature of Aikido. I apologize if so, in reporting what I expressed, something can not be formally correct from the sheer point of view of science or philosophy.


Between Philosophy and Physics

For some time the atom has been considered the smallest part of matter. Scientists and researchers, through subatomic physics have managed to break even this "symbol", considered until not long ago indivisible. And the more we insist on the separation of matter, the more we realize the universal unity.

At the atomic level matter is manifested both as particles and waves. 
The status depends on the situation: in some cases, the atomic matter reveals itself as a body, in others as a vibration. 

Given its nature, it is not possible to determine its exact position, but his presence is supposed to at some point of the wave. And the space where the particle is moving, in quantum physics, is called the wave packet.


Fig.1

The wave packet represents the uncertain position of a particle

Quantum mechanics says that subatomic matter, manifesting both as particle and wave, has a singular behavior: if the particle is confined to a small region of space, it reacts by moving faster.


Fig. 2

In the compressed wave packet, the particle will move faster

The particles tend to react more in the tightest spaces.

Fig. 3


graphical representation of a type of motion of a particle around a core
the shortest the radius, the faster the particles will move
(The speed of these particles is close to the speed of light)

This symbol is what O-Sensei used to represent the beginning of the material world.
The small center is where the energy reigns: the wave energy, the vibration, in its maximum concentration.
The large circle represents the infinite expansion where the energy expands and disperses.
SU is the first sound (the first vibration, the first wave)
(See "kototama of the universe")

Quantum physicists discovered that the particle is not found with certainty in the precise locations within the wave packet, but it shows only a tendency to be in a particular place. Atomic events, also experimental ones, do not occur with certainty at certain moments and in certain ways, but only show a tendency. We can never predict with certainty the atomic event: we can only say that it is likely to happen.
(From "The Tao of Physics" by F. Capra)

This "tendency to be found" and "tendency to be" is defined in the philosophical and religious thought of O' sensei as YU "something's there" and MU "something there's not". In turn, the dualistic view of YU and MU takes the meaning of Fullness and Emptiness.

Quantum physics tell us that matter can not exist without the particle or the wave: one generates the other. The particle is not matter, it cannot be measured in three dimensions. It is "something there" and "something there's not" at the same time in the wave packet. 

Imagine two magnets pushing against each other: their magnetic fields repel and do not allow us to approach them, but among them there is only air, but this air has the consistency of steel.

O Sensei reveals that emptiness and fullness co-exist and are not separable. The outer circle can expand indefinitely, and MU and YU therefore will coexist as opposites and complementary at the same time. One cannot exist without the other. If we eliminate one, the other one will disappear immediately. That is because energy is the coexistence of YU and MU.


Fig. 4


MU and YU, emptiness and fullness, move away in a straight line of the diagonal, but are united by the outer circle. The spiral represents the infinite dilated in concentric circles as you move away from the center. There it disperses the energy force coming from the union between emptiness and fullness, just as the expansion of the wave packet reduces the vibration and the particle's velocity. The more MU and YU fall apart, the more the force decreases, although never disappears.



O Sensei, as a religious mystic, has experimented for many years through his philosophical martial arts.
Eventually he created Aikido as a result of his research.

Through the practice of Aikido, we are fortunate enough to go through these experiments of O Sensei, and share this experience.

Aikido should always be practiced reling on a level of force appropriate to the practicioner level. 

Even in Aikido, if you want to achieve higher abilities, one must experience the dynamics of defense from attacks of increasingly strong impacts. Too often we are too complacent to make experiments in the mat, so we can always be successful. But that it is not the best way to improve.

And too often I happened to attend technical and philosophical explanations based on the intellectual implications rather than the experimentation.

I want to remind, first of all to myself, that the Eastern mystics do not base their view on intellectual reasoning. The goal of meditation is to achieve a consciousness always based on practical experimentation through the mind, and not the conceptualization of reality. Being aware does not mean having the ability to think intellectually, but to be able to perceive the experience of the mind-body activities in relation to the whole.

domenica 28 agosto 2011

Kototama and physics - Part Two

(Traduzione da cura di Alberto Casetta)

In the first article we saw that according to the understanding of O Sensei (and this is also a concept on which all the Eastern philosophy of Taoism is based on) the union between emptyness and fullness is the very essence of existence.
SU, the first vibration, generated the fullness (YU) and the emptiness (MU). The decomposition of SU is therefore the coexistence of MU and YU.

We can look at the issue in these terms:
SU= VIBRATION
if
MU + YU = SU
that means
EMPTINESS + FULLNESS = VIBRATION
and if
VIBRATION = ENERGY
then
SU = KI

SU is the essence of energy, KI is the essence of life and existence, SU has generated and, at the same time, is KI.

And here we are again facing a remarkable parallel with the theory of relativity of Einstein and quantum physics.

In physics, number 1 represents the unit. Zero represents the absolute emptiness.
What do we get by splitting the unit to infinity?


Western dualistic view (separation): We will find endless units. Because we know that numbers are infinite. So we need to imagine that we reached a certain point in which matter can no longer be divided in, and that the smallest part has still dimension, albeit minimal. This was what Newton had conceived, but quantum physics has denied this possibility.
In the experimental subatomic quantum physics, as we saw in the first part, matter does not exist as a substance. The elementary particle coexists between wave and particle. Something that "is and is not" at the same time.

Eastern unitarian view (union): Breaking down matter more and more, we will always find the same thing: the unity between emptiness and fullness, between what it is and what it was ... in other words, a magnetic field between stillness and movement (wave and particle) that generates energy.


Now suppose we identify a point (a position or a particle) that moves on a linear rect with a length of one unit.

Western dualistic view (separation): The particle in order to move from point 0 to point 1 must pass through the middle. To get to half will need to pass through the half of the half. And so on... forever. Theoretically, this point or particle, it should never reach the other side. But we know that it can get there. How?

Eastern unitarian view (union): As the point in which the particle is at a given moment is a point in common between the space covered and the one yet to cover, the middle is just an illusion due to the fact of dividing the two bits. The two parts are indivisible. To use a more appropriate term, one could say that when we find ourselves at the center, we are in an equidistant position from the beginning and the end, but this is only an illusion. The part left behind is the past, the one in front of us is the future, the bit in common is the present. And that means that it is both past and future.

Let's imagine ourselves to be on that line, while on this common position. The time passes, while we are on the last dimension of the past and at the same time we are in the first dimension of the future, in an eternal oscillation, this gives rise to the present, and while I think I'm at that point, because of the flow of time, I am already in the past and in the future. This principle is valid for any point on the line. The point where we are is an oscillation between past and future, between emptiness and fullness, between good and evil ... it is the living the moment, it is energy.

KI is the energy that comes from the fusion of solid and void, and all the opposites. KI is our present, KI is the fleeting moment, KI is the primordial state, KI is the SU of all things.

Dear Master Ueshiba, everything makes sense ...

Il Kototama e la fisica - parte seconda

(parte seconda)
Abbiamo visto nella prima parte che, secondo la concezione di O Sensei (ed è anche il concetto su cui si basa tutta la filosofia orientale del Taoismo), l'unione tra vuoto e pieno è l'essenza stessa dell'esistenza.
SU, la prima vibrazione, ha generato il pieno (YU) e il vuoto (MU). La scomposizione di SU è pertanto la coesistenza di YU e MU

Conclusione scientifica:
SU=VIBRAZIONE
se
MU+YU=SU, 
avremo 
VUOTO+PIENO=VIBRAZIONE, 
e se 
VIBRAZIONE=ENERGIA, 
allora
SU=KI.

SU è l'essenza dell'energia, il KI è l'essenza dell'esistenza e della vita, SU ha generato [e nello stesso tempo è] il KI.

E qui ci troviamo di nuovo di fronte a un parallelismo straordinario con la teoria della relatività di Einstein e della fisica quantistica.

In fisica il numero 1 rappresenta un'unità. Lo zero rappresenta l'assenza assoluta.
Cosa otteniamo scomponendo l'unità all'infinito?


Visione occidentale dualistica (separazione): Troveremo infinite unità. Perché sappiamo che i numeri sono infiniti. Allora dobbiamo immaginare che raggiunto un certo punto la materia non si possa più dividere, e che la parte più piccola della materia sia una sostanza indivisibile con una dimensione, seppur minima. Questa era quello che Newton aveva concepito, ma la fisica quantistica, mediante la possibilità di esaminare le particelle più piccole con la moderna tecnologia ha smentito questa possibilità.
Nella sperimentazione subatomica della fisica quantistica, come abbiamo già visto nella prima parte, la materia non esiste come sostanza. La particella elementare coesiste tra onda e particella. Qualcosa che "c'è e non c'è" nel medesimo istante. Questa alternanza onda+qualcosa; in questo campo magnetico coesiste la particella.


Visione orientale unitaria (unione): Scomponendo troveremo continuamente la stessa cosa, l'unità tra vuoto e pieno, tra quello che rimane e quello che c'era...in altre parole un campo magnetico tra quiete e movimento (onda e particella) che genera energia


Adesso supponiamo di identificare un punto (una posizione o una particella) che si muova su uno spazio rettilineo con lunghezza di una unità.


Visione occidentale dualistica (separazione): La particella per spostarsi dal punto 0 al punto 1 deve passare per la metà. Per arrivare alla metà dovrà passare per la metà della metà. E quindi per la metà, della metà, della metà...all'infinito. Teoricamente, questo punto o particella, non dovrebbe arrivare mai dalla parte opposta. Ma noi sappiamo che può arrivarci. Come?


Visione orientale unitaria (unione): Perché il punto in cui si trova la particella è un punto in comune tra il percorso fatto e quello da fare, la metà è una nostra illusione dettata dal fatto di dividere le parti. Le due parti sono indivisibili. Per usare un termine più corretto, si potrebbe dire che, quando ci troveremo al centro, saremo in una posizione equidistante, ma anche questo è illusorio. La parte lasciata alle spalle è il passato, quello davanti è il futuro, la parte in comune è il presente, ed essendo in comune, il presente è nello stesso tempo passato e futuro, il presente è il "c'è e non c'è" istantaneamente, non c'è metà e c'è metà, c'è equidistanza e non c'è equidistanza, tutto istantaneamente illusorio.

Immaginiamo di stare noi su quella retta, mentre siamo su questa posizione comune, il tempo scorre, mentre ci troviamo sull'ultima dimensione del passato, nello stesso tempo ci troviamo nella prima dimensione del futuro, in una eterna oscillazione, questo origina il presente, e mentre penso di essere in quel dato punto, per lo stesso scorrere del tempo, sono già nel passato e assieme sono già nel futuro. Questo principio è valido per qualsiasi punto sulla retta. Il punto dove ci troviamo è una oscillazione tra passato e futuro, tra vuoto e pieno, tra bene e male...è vivere il momento, è energia.

Il KI è l'energia che scaturisce dalla fusione di pieno e vuoto, e da tutti gli opposti. il KI è in nostro presente, il KI è l'attimo fuggente, il KI è il tutto allo stato primordiale, il KI è il SU di ogni cosa.

Caro Maestro Ueshiba, tutto torna...


domenica 21 agosto 2011

DIDATTICA - LA PRATICA DEI FONDAMENTALI - Parte Prima


WAZA & HO
TRA TECNICA e ESERCIZIO (PRINCIPIO)

Saito Sensei, nel volume 1° di Takemusu Aikido, differenzia i movimenti o esercizi di base (Ho) dalle tecniche (Waza)

Prima di esaminare i movimenti di base vediamo alcuni punti essenziali per capire lo scopo di questi movimenti e il principio che li caratterizza.

JUTSU e WAZA
L'applicazione intesa con il termine Jutsu è l'arte di applicare una tecnica (waza), inerente a un sistema di combattimento. Con Waza si intende l'insieme di movimenti adeguatamente impostati per ottenere un determinato risultato. Lo scopo dei Waza è immobilizzare o lanciare, proiettare  colpire chi ci attacca. A tale scopo è considerato lecito usare anche le qualità fisiche, l'uso di atemi, torsioni dolorose di tutte le parti del corpo (pur considerando per alcuni aspetti, questi atteggiamenti un errore, dobbiamo considerare che il waza ha lo scopo di portare a termine l'azione con successo*). Il termine Jutsu ci indica che i Waza devono essere affinati per ottenere il risultato con la dovuta maestria.

*E' indubbio che le tecniche di Aikido debbano essere studiate nella piena efficacia dell'energia senza  rendere le tecniche efficienti con l'ausilio di artifici tecnici (sgambetti, atemi, falciate...). Studiando le tecniche nell'efficacia per diventare efficienti, e diventare efficienti attraverso l'efficacia del principio. Ma nell'applicazione reale di una difesa la questione è diversa, quando cioè non siamo a livello di studio ma di applicazione.

La tendenza oggi è quella di considerare l'Aikido riconoscibile attraverso una forma di arte marziale che deve usare solo tecniche "gentili", non "brutali". Ma questo non è il significato vero di Aikido, dove si può ottenere l'unione e l'armonizzazione dell'energia anche attraverso gli atemi. Il fatto di non usare tecniche brutali è solo una questione etica, benvista e benvoluta da O Sensei. Se fosse altrimenti dovrebbero essere eliminate anche certe tecniche di Nage in quanto, se queste tecniche venissero utilizzate su un aggressore, al di fuori del Dojo (senza tatami), risulterebbero altamente pericolose. Altrettanto si può dire per le tecniche come Kote Gaeshi, Nikyo, Sankyo... che, se applicati con potenza su una persona non preparata, potrebbero causare seri danni. Naturalmente anche le tecniche brutali devono essere eseguite con controllo. Un buon Aikidoka si nota anche nella capacità di controllare tecniche devastanti.
una tecnica con questo lancio, applicata senza tatami e su un aggressore che non sa cadere risulterebbe presumibilmente fatale

 HO (esercizio-fondamento)
L'esercizio di base viene definito con il termine Ho, e si fonda sul principio e non sul waza, anche se comunemente, questi esercizi, vengono definiti con il termine tecnica. Esso è basato su uno studio attento al fine di ottenere il massimo risultato di potenza energetica con il minimo sforzo senza preoccuparsi del risultato nell'immobilizzare o lanciare il partner. E' vero che molti di questi esercizi prevedono la caduta ma non bisogna concentrarsi su tale fine. In questo caso, differentemente che per i waza, qualsiasi uso delle qualità fisiche, l'intervento di atemi o artifici per ottenere un qualsiasi risultato vengono considerati elementi di disturbo all'apprendimento.
Un antico esercizio di Kokyu Ho di una scuola Reiki
molto simile al Suwari Waza Ryote Dori Kokyu Ho dell'Aikido
L'attenzione, negli HO, non deve essere dedicata alla tecnica
ma sull'effetto sulle forze

Kokyu viene tradotto come respiro, ma non deve essere interpretato nel solo significato di inspirare e espirare con i polmoni, anche se, durante l'esecuzione di questi esercizi questo avviene spontaneamente. Kokyu rappresenta l'integrazione tra vuoto e pieno, vuotarsi e riempirsi di energia, inspirare la forza di attacco ed espirarla. 

Fanno parte di questo gruppo tutti gli esercizi di Kokyu Ho.
O Sensei - Kokyu Ho

Quando si iniziava una sessione di lavoro con Saito Sensei si cominciava sempre con Katate Dori Tai no Henko per passare poi a Morote Dori Kokyu Ho e terminava la lezione con Suwari Waza Ryote Dori Kokyu Ho


O Sensei in Katate Dori Tai no Henko

Il Tai no Henko fa anch'esso parte dei principi fondamentali, ma non è un esercizio di respirazione, fa parte dei Tai Sabaki e, come vedremo nella seconda parte dedicata ai fondamentali, è un esercizio importante per iniziare a comprendere i principi di difesa.

Ritengo una buona cosa, com'è tradizione, iniziare la lezione di Tai Jutsu con Katate Dori Tai no Henko, e passare poi a una delle cinque forme di Morote Dori Kokyu Ho. Generalmente le inserisco dopo il riscaldamento di base Taiso. A volte, per variare l'allenamento, faccio fare questi movimenti su diversi tipi di attacco. 

Se questo esercizio viene fatto ripetere a ogni lezioni senza adeguate attenzioni, o interpretato solo come riscaldamento, rischierà di diventare noioso e considerato inutile dagli allievi. 


Gli esercizi Fondamentali devono essere a tutti gli effetti "produttivi". Man mano che gli allievi riescono a eseguire con facilità il movimento si procederà aumentando le difficoltà, con prese e attacchi più forti e determinati. Questa procedura migliorerà la stabilità (Kotai, il corpo solido), la capacità di assecondare, schivare e deviare (Jutai, il corpo cedevole), la capacità di fluire (Ekitai e Ryutai il corpo fluido e liquido) e disperdere l'attacco nel nulla (Kitai, il corpo aereo).